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Il tempo dell'infanzia

bambini nell'arte e nella cultura

La storia dell'infanzia abbandonata

La storia dell'infanzia abbandonata ci racconta di neonati abbandonati per vergogna o povertà, con la speranza in un futuro migliore, senza più dolore e disonore per il bambino.

a cura di: Dott.ssa Maria Antonietta Filipponio

È notte. Suona una campanella e subito una persona si reca a controllare: nella ruota è stato appena depositato un neonato. Immediatamente la scatola cilindrica viene fatta ruotare all'interno e il bambino viene accolto e registrato. Chissà di chi sarà, se sarà stato battezzato, da dove verrà, come si chiamerà.

A volte tra le pieghe delle fasce si trovano segni di riconoscimento, come monete, santini, carte da gioco tagliate a metà, piccoli oggetti di buon augurio o bigliettini: una mamma che spera di poter un domani riabbracciare il suo tesoro. Alla base di un gesto così terribile e doloroso ci sono da un lato la vergogna più profonda e la miseria più nera, dall'altro la speranza in un futuro migliore, senza più dolore e disonore.

Ma spessissimo quello che aspetta il piccolo nato è solo la morte, appena dopo il suo abbandono. Comunque sia, l'addetto preposto alla accettazione degli esposti procedeva ad annotare, con precisione su un libro, il giorno, l'ora, gli oggetti trovati, ad assegnare un nome e un cognome, qualora non ne avesse già uno proprio segnalato tra gli effetti personali...; per ultimo in alcuni brefotrofi si tatuava il bambino con il simbolo della istituzione ospedaliera che lo stava accogliendo: una scala, per esempio, se si trattava dell'Ospedale Santa Maria della Scala di Siena.

Quindi il bambino si ritrovava sì con un nome e un cognome (Esposto, Innocenti, Diotallevi, Della Scala, Colombo), ma anche con un marchio indelebile pesante come un macigno. Paradossalmente la storia dell'infanzia abbandonata ci è nota in modo più dettagliato e preciso di quanto non lo sia stata una sola delle esistenze dei bambini nati e vissuti nella propria famiglia. Non erano solo i figli della colpa ad ingrossare le file degli esposti, i figli cioè delle ragazze madri che, bollate ormai a vita, erano praticamente nella impossibilità di garantire la sopravvivenza loro e del proprio figlio, ma anche figli legittimi di coppie regolarmente sposate, abbandonati, anche grandicelli, in concomitanza di gravi congiunture economiche o sociali, come carestie, guerre, epidemie e malattie, sacrificati perché erano bocche da sfamare in più a cui non si poteva dare altro che lacrime.

Rimaneva spesso però la speranza di un finale a lieto fine. I neonati venivano lasciati nei posti più diversi, lungo le strade, ai crocevia, sui gradini delle case patrizie o sulle soglie delle chiese, abbandonati al freddo, lasciati sulla nuda terra, in balie delle bestie randage e dei predatori.

Nell'antica Grecia si usava lasciare i bambini dentro le pentole per sollevarli almeno un poco dal nudo terreno, nel medioevo davanti agli ospizi o agli ospedali veniva collocata un'alta acquasantiera (in italiano chiamata "pila") per accogliere l'esposto; verso la fine del 1400 si aprirono le "ruote", che se pur aspramente criticate, rimasero in vita fino alla fine dell'Ottocento e anche oltre. Erano state pensate per l'accettazione esclusiva di bambini di pochissimi giorni, ma molti genitori provavano ad abbandonare bambini più grandicelli. Il fenomeno dell'esposizione aumentò nel corso dei secoli fino a toccare nel 1700 punte altissime di diffusione. L'esposizione aumentava in certi periodi dell'anno e cioè nel trimestre marzo - maggio, mesi che corrispondevano alla miseria prima del raccolto e alle migrazione stagionali di mano d'opera contadina; ma gli abbandoni di quei mesi riguardavano i frutti illegittimi di amori estivi sbocciati in periodi in cui la frequenza degli incontri e la promiscuità conseguente durante i lavori di campagna erano la norma. I bambini accolti dagli ospedali venivano curati ed allevati. Subito venivano allattati da balie interne oppure mandati a balia fuori dall'istituto, dove rimanevano a volte anche per molti periodi, se non addirittura per tutta la vita.

Una volta ritornati, i brefotrofi erano responsabili del trovatello maschio fino quasi ai 18 anni, cercando di avviarli ad una attività lavorativa o nell'esercito, o per le femmine fino al momento del matrimonio. Ma la mortalità infantile tra gli esposti accolti nelle strutture ospedaliere era spaventosa come era altissima anche tra quelli che erano messi presso balie esterne. Spesso il bambino era già morto quando veniva lasciato nella ruota a causa del freddo della notte, dei disagi del viaggio da luoghi lontani. Se il bimbo resisteva ci pensavano le cattive abitudini igieniche ed alimentari a fare il resto.

Nei brefotrofi fino alla meta dell'Ottocento la percentuale della mortalità infantile toccava l'80% tra gli esposti. Il rimanente dei trovatelli conduceva una vita grama, triste e derelitta, senza svaghi né tenerezze, vestita con divise scure dalle grezze stoffe, costretta tra le quattro mura del brefotrofio ad una disciplina dura e crudele. Le ragazze non potevano neanche affacciarsi alle grate delle finestre. Un marchio indelebile, si diceva, pesante come un macigno, una vita anonima che spesso non presentava via di riscatto.

5/10/2009

12/10/2010

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