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Crisi di collera in un bambino di tre anni

Per qualsiasi cosa prende spunto per piangere, arrabbiarsi e urlare con crisi che durano anche per mezz'ora. I consigli della psicologa per risolvere la situazione.

a cura di: Dott.ssa Barbara Camilli (psicologa)

Il mio bambino ha tre anni e mezzo; ho avuto sempre difficoltà nel convincerlo a fare il bagno e soprattutto a lavarsi i capelli. Dopo trattative estenuanti e senza frutto con mio marito lo obblighiamo al bagno con grosse crisi di pianto e collera. Da circa due mesi il bambino per qualsiasi cosa prende lo spunto per piangere, arrabbiarsi e urlare con crisi che durano anche per mezz'ora. La cosa è peggiorata e avviene molte volte al giorno. Il bambino cerca qualsiasi scusa, le più assurde, per cominciare a piangere e urlare in modo violento e non c'è possibilità di consolarlo anche se gli diamo ragione e gli facciamo fare quello che aveva chiesto. Il bambino va in crisi di collera e non smette se non dopo molti minuti quando è completamente esausto. Durante il pianto il bambino urla e si irrigidisce e non accetta nulla da nessuno. Dottore, questo comportamento che si ripete più volte al giorno è sintomo di qualche malattia?

Leggendo la sua domanda colpisce l'affermazione in cui riferisce che a seguito di una serie di situazioni e trattative estenuanti lo obbliga a fare il bagno. Questa dinamica ripetuta nel tempo a mio parere ha innescato delle reazioni nel piccolo, nello specifico ha concorso a creare un'abitudine all'avversione all'acqua, ambiente dal quale proviene tra l'altro.

L'acqua in sé richiama alla memoria ancestrale un senso di appartenenza al ventre materno, e ancor prima all'origine della vita sulla terra (Neil Shubin 2008)!

I bambini nella loro unicità hanno un indole esclusiva, questa a seconda delle situazioni vissute fin dalla nascita incidono fortemente sul tipo di pensiero che andrà maturando.

Ci sono delle fasi evolutive che sono universali, in quanto attraversate da qualunque bambino di qualunque cultura; queste impattano con il tipo di relazione affettiva emotiva che si stabilisce con l'adulto di riferimento e il mondo circostante.

La prima forma di pensiero infantile è l'egocentrismo che non significa assolutamente egoismo. Il termine egocentrismo rimanda al fatto che il piccolo è al centro del suo pensiero quindi non può pensarsi e coordinarsi con il pensiero e il punto di vista degli altri.

Tutto è vissuto in funzione sua, addirittura nelle prime settimane il mondo intorno a se (la mamma) è vissuto come un suo prolungamento! In alcuni bambini l'egocentrismo, come fase evolutiva, è più marcata di altri, in una sorta di fissazione ad una forma di pensiero che tutto sommato dà sicurezza e dal loro punto di vista li fa stare bene.

Nel percorso di crescita è fondamentale arrivare all'individuazione di sé e dei bisogni degli altri. Per interagire con il bambino il gioco è la modalità da privilegiare in quanto la forzatura e l'obbligo con il senso di costrizione fisica fanno vivere male anche l'esperienza più bella come può essere l'acqua.

Gentile lettrice questa premessa per evidenziare un fatto, escluse problematiche neurologiche legate a poco afflusso sanguigno al cervello ad esempio: il piccolino dal suo comportamento mostra una antipatia a tutto, come dire “alle costrizioni ora mi oppongo decisamente e mi impongo anche fisicamente con un NO!”

Il corpo è una modalità principe di comunicazione. Tenendo conto che il linguaggio verbale del bambino non è sviluppato come quello degli adulti, il corpo diventa un veicolo per l'espressione emotiva.

Basti pensare che tra i 19 e i 30 mesi il vocabolario del bambino si arricchisce enormemente sia in produzione che in comprensione: il numero medio di parole prodotte passa da 54 a 18 mesi a 130 a 21 mesi, fino ad arrivare a 441 parole diverse a 30 mesi di età. In questo medesimo periodo la comprensione aumenta così rapidamente che diventa impossibile chiedere al genitore di rilevare tale incremento

Come insegna Francoise Dolto (1908-1988, specialista in psicanalisi infantile) è provato che i piccoli conoscono molte più parole di quante non ne usino e che comunque sono in grado di cogliere l’intenzione comunicativa e il tono emotivo del discorso. Questo evidenzia un fatto che nel comunicare le parole sono sì importanti, ma ancor di più lo è la comunicazione non verbale, quindi il tono di voce, la mimica, la postura.

Nella domanda riferisce  che durante il pianto il bambino urla e si irrigidisce, questo è un normale comportamento di opposizione ad oltranza. Ci sono casi in cui il bambino diventa cianotico tale è la sua intenzione a manifestare un chiaro “NO!”

In questi casi cambiare idea e fargli fare ciò che prima era un divieto è controproducente perchè genera confusione, che a sua volta rende insicuri e carichi di tensione. La condizione ideale è opporsi in modo fermo ma ragionevole ai comportamenti del piccolo con uno sguardo che deve sempre far trasparire amore e accoglienza, che non vuol dire accettare il suo comportamento.

Ora crescendo diventa sempre più autonomo, se prima dipendeva in tutto e per tutto da voi ora le sue piccole conquiste gli danno sicurezza fino a porsi in maniera decisa in ciò che non vuole o che vuole fare. Dal punto di vista evolutivo passa da una forma di pensiero egocentrico, al realismo (6-7 anni) fino al pensiero etico morale.

Quello che dovreste fare è: innanzitutto se cambiate idea su un precedente divieto, magari fonte di obbligo da parte vostra, dovete per lo meno spiegare le ragioni per cui cambiate idea altrimenti in lui si rafforza l'idea che l'atteggiamento adottato è funzionale ad ottenere ciò che vuole.

Inoltre è molto importante dialogare con il bambino per educarlo all'uso del verbale in modo tale di esprimere i suoi bisogni, secondariamente per confrontarsi con l'adulto imparando a negoziare la soluzione ad un eventuale problema.
 

22/10/2012

26/6/2016

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