"La mia analisi è un po' colta:

Sai che i giochi di una volta

Hanno, sì, qualcosa in più?

Indovini? La vocale U.

Ti par poco?

Per gioco si diceva giuoco."

(Gianni Rodari)

 

"Nel momento in cui Cosette uscì col secchio in mano, sebbene fosse tanto tetra e oppressa, non poté impedirsi di levare gli occhi su quella prodigiosa bambola, "la signora", come la chiamava lei. La povera bambina si fermò impietrita. Non aveva ancora visto la bambola da vicino. Tutta quella botteguccia le sembrava un palazzo; la bambola non era una bambola, era una visione. Erano la gioia, lo splendore, la ricchezza, la felicità che apparivano in una specie di sfavillio chimerico a quello sventurato esserino immerso tanto profondamente in una miseria funebre e fredda. Cosette misurava con la sagacia ingenua e triste dell'infanzia l'abisso che la separava da quella bambola. Diceva tra sé che era necessario essere regina o almeno principessa per possedere una "cosa" come quella. Considerava quel bell'abito rosa, quei bei capelli lisci e pensava: "Come deve essere felice quella bambola !". I suoi occhi non potevano staccarsi dalla fantastica botteguccia. Più guardava e restava abbagliata. Le sembrava di vedere il paradiso. C'erano altre bambole dietro quella grande che le sembravano fate e genii. Il venditore che andava e veniva in fondo alla baracca le faceva un po' l'effetto del Padreterno".

(da "I Miserabili" (1862) di Victor Hugo, Einaudi Tascabili, Torino, 1998, tomo I°, p. 364)

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