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Il Pediatra risponde

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Quando piange mi cerca, ma quando mi avvicino mi respinge

Mio figlio quando piange mi richiama con forza.. "voglio mamma..." ma, appena mi avvicino, mi respinge. Si tgratta di un comportamento naturale a questa età.

a cura di: Dott.ssa Maria Rita Esposito (psicopedagogista)

Il mio bambino di due anni e mezzo a volte ha questo inspiegabile comportamento: quando piange mi richiama con forza.. "voglio mamma..." ma, appena mi avvicino, mi respinge... "non la voglio mamma…" poi mi allontana e ricomincia di nuovo. Tale comportamento può durare anche più di mezz'ora. A cosa è dovuto questo forte e contemporaneo sentimento attrattivo-repulsivo?

Cara mamma, il comportamento del suo piccolo, che lei dice essere inspiegabile, è davvero naturale a questa età. Sono molti infatti gli indicatori della crescita, specie sociale, che in questo periodo dello sviluppo interagiscono. Verso i due anni, infatti, la prospettiva soggettiva che organizza le esperienze del bambino si apre a nuovi orizzonti di relazione: il piccolo è cioè in grado di distinguere il Sé dagli altri e, per sperimentare ciò, agisce avvicinandosi e allontanandosi dall'altro. Il primo "altro" di riferimento è senza dubbio la figura parentale più vicina che, nel suo caso, è appunto la mamma.

Quando piange la richiama con forza e questo, molto probabilmente, perché in quel momento le sta comunicando qualcosa che diversamente non riesce ad esprimere: non dimentichi che lo sviluppo del linguaggio in questa fase è in piena espansione e pertanto non è difficile che suo figlio abbia (appena prima di quel comportarsi) detto qualcosa che l'adulto non ha compreso.

Il successivo respingerla è legato allo sperimentare, soprattutto sul piano affettivo, la capacità della madre di assecondare il suo comportamento: è una sorta di metterla alla prova, in cui il bimbo delimita i propri confini psicologici ed emotivi. Assecondi questi suoi comportamenti per i primi minuti di manifestazione. Non va invece il fatto che la crisi duri anche più di mezz'ora: è pur vero che i bambini, a questa età, non hanno tempo per le loro esperienze, soprattutto quelle emotivamente intense (la gioia del gioco, il pianto di un capriccio,…), ma la mediazione dell'adulto è importante.

Ogni esperienza del bambino deve gradualmente essere misurata: lo aiuti a calmarsi, dapprima avallando il suo comportamento (hai ragione, piccolo!, ti capisco!,…) poi con serenità, consigliandogli di smettere di piangere (sai! Anche io da piccola…) e perché no, poi, avviare il racconto di una storiella di un animale, di un personaggio che, guarda caso, manifesta lo stesso agire, con una ovvia conclusione positiva, divertente e "calmante".

Spesso i nostri bambini, inoltre, rappresentano lo specchio delle emozioni dei grandi di riferimento: essi imitano atteggiamenti, eventi, emozioni e pertanto quando nella madre, nel padre si presenta un momento di tensione elicitato con comportamenti dicotomici (opposti), è possibile che loro tendano a ripeterli. Anche in questo sperimentano. Qui diventa importante che l'adulto qualifichi questi atteggiamenti di sé come sporadici e non caratterizzati da frequenza elevata, perché il piccolo ne può fare una parte del proprio stile di comunicazione.

Non si dimentichi ancora che a verso i 2/3 anni i bimbi si trovano nella fase dello sviluppo psicomotorio detta del "corpo vissuto", cioè cominciano a esaminare e verificare, in modo ancora globale, la lenta interiorizzazione dei concetti di vicino/lontano, dentro/fuori, sopra/sotto e rispettivamente, se si osservano, essi si muovono vicino a…, corrono lontano da…, entrano ed escono da… una tenda, salgono e scendono da… sedie, si nascondono sotto i tavoli, e tutto questo è caricato di un'emotività forte ed importante per la loro crescita.

Queste significative esperienze di sviluppo vanno osservate dagli adulti, vissute con entusiasmo dai bambini e limitate nel senso del pericolo: così i bambini crescono in uno spazio di libero movimento, non solo fisico, ma anche psicologico ed affettivo.

14/4/2004

10/11/2016

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