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Il Pediatra risponde

i nostri medici specialisti dei bambini

Al nido da piccoli

Dopo i sei mesi, è in piena attività il proprio sistema immunitario che renderà il bambino sempre meno suscettibile a malattie dovute a microbi già incontrati.

a cura di: Dott. Sergio Manieri (pediatria)

Mio figlio di 15 mesi ha iniziato da due mesi a frequentare il nido. Ha cominciato subito con febbre, tosse, un otite che lo ha tenuto a casa due settimane, e oggi, dopo una sola settimana di frequenza, è di nuovo a casa con febbre a 38° C., tosse e probabilmente mal di gola. La mia domanda è questa: nelle vostre risposte relative a problemi similari parlate di "socializzazione precoce". Ma a che età si può utilizzare questa definizione? Inoltre tutti concordano sul fatto che sia normale ammalarsi frequentando il nido. Ma con quale frequenza è normale e dove diventa invece un problema tale da far prendere in considerazione altre soluzioni? E quanto tempo si dovrà aspettare prima che i cosiddetti anticorpi siano sufficienti per prevenire situazioni ricorrenti? Mi spiego meglio: iniziando la frequenza a 14 mesi, i vari episodi di malattie di vario genere servono a prevenire episodi successivi e a rafforzare le difese immunitarie? Oppure è semplicemente troppo presto per la socializzazione e portandolo, che so, a due anni le cose sarebbero diverse?

La risposta a questo quesito richiede, innanzitutto, una rapida analisi del sistema immunitario umano. Sommariamente esso è costituito da due sistemi di difesa indistinti ma che cooperano in maniera sinergica nella lotta alle infezioni: il sistema immunitario aspecifico, che combatte le malattie prescindendo dal riconoscimento del microbo responsabile, ed il sistema immunitario specifico, il quale prevede il riconoscimento del microbo responsabile e che possiede la funzione di memoria immunologica, in base alla quale ogni qualvolta l'organismo viene a contatto con un dato microbo il sistema immunitario specifico reagisce subito perché lo riconosce in quanto lo aveva memorizzato. Il sistema specifico è costituito dalle immunoglobuline (ve ne sono di diversi tipi) che ci difendono prevalentemente dalle infezioni batteriche, e dai linfociti T che ci difendono dalle infezioni virali, fungine e da alcuni tipi di batteri.

Solo le immunoglobuline sono in grado di attraversare la placenta, per cui un neonato a termine possiede una difesa immunitaria “passiva” che ricalca la situazione presente nella madre. Questo almeno per i primi sei mesi di vita, oltre i quali le immunoglobuline trasmesse dalla madre si esauriscono. L’altro settore delle difese immunitarie specifiche, quello dei linfociti T, è potenzialmente pronto nell’età del neonato-lattante a svolgere i compiti di difesa che gli competono; ma è ovvio che la efficienza delle difese mediate dai linfociti T ne presuppone una “competenza” che, a sua volta, maturerà in funzione del contatto con ripetute, più o meno modeste stimolazioni antigeniche (cioè, da microbi).

Da quanto detto risulta che nei bambini immunocompetenti, cioè con un sistema immunologico normalmente funzionante: Il sistema immunitario aspecifico è evoluto e funzionante sin dalle prime settimane di vita Nei primi sei mesi di vita i bambini sono parzialmente protetti dalle infezioni perché hanno gli anticorpi (immunoglobuline) trasmesse dalla madre (almeno per quelle malattie da lei contratte) L’allattamento al seno potenzia questo tipo di difesa “passiva” perché il latte materno contiene IgA secretorie (importante classe di immunoglobuline), ma anche linfociti, enzimi, ecc.

Dopo i primi sei mesi l’immunità specifica relativa alle immunoglobuline è garantita dallo stesso organismo del bambino. Ovviamente è necessario una stimolazione esterna per la loro produzione, rappresentata dal contatto con i microbi Il sistema specifico dei linfociti T è anch’esso pronto nel neonato ma necessita, come quello delle immunoglobuline, dello stimolo da parte degli agenti infettivi per essere attivato Il sistema immunitario specifico (immunoglobuline e linfociti T) possiede una specificità per ogni singolo microbo esistente. Questo significa che il primo contatto con un dato microbo può generare una condizione di malattia prima della sua neutralizzazione da parte del sistema immunitario; al secondo contatto, invece, il sistema immunitario che lo ha memorizzato, lo neutralizza ancor prima che possa determinare la malattia.

Ora, tenuto conto delle migliaia di microbi esistenti, si può ben capire con quale facilità il bambino possa ammalarsi al primo contatto con ognuno di essi, prima di sviluppare la ”memoria immunologia” che si attiverà al successivo incontro con lo stesso microbo. Quindi, nei primi mesi di vita il bambino è soggetto ad ammalarsi perché il suo sistema immunitario non conosce tutti i microbi esistenti; tuttavia, in tale periodo, esso è aiutato dagli anticorpi trasmessi dalla madre e dal latte materno. Dopo i sei mesi, è in piena attività il proprio sistema immunitario che lo renderà sempre meno suscettibile a malattie dovute a microbi già incontrati. Ovviamente, in questa fascia di età, più microbi si incontrano e più è alto il rischio di ammalarsi.

Ed allora, qual è l’atteggiamento più corretto relativamente all’epoca della socializzazione? E’ chiaro, da quanto detto, che a 15 mesi o a 2-3 anni, nel bambino immunocompetente, i meccanismi di difesa immunitaria sono potenzialmente funzionanti in ugual misura; certo è che la socializzazione a questa età comporta un formidabile carico antigenico, che se da una parte può comportare una maggiore frequenza di patologia (si badi, non gravi) a carico delle vie respiratorie o gastrointestinali, dall’altro accelera il processo di “apprendimento immunologico” ed in definitiva un rafforzamento delle difese immunitarie. In conclusione: andare all'asilo nido prima, facilita una maggior frequenza di infezioni non gravi per unità di tempo ed accelera la memoria immunologica andare al nido più tardi, induce una memoria immunologica meno rapida, ma espone a minor frequenza di malattia nell'unità di tempo.

18/1/2001

21/9/2015

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