Mio figlio di sei anni non vuole fare sport. Ho provato ad iscriverlo in piscina, a judo e a calcio, ma tutte le volte manifesta una certa insofferenza verso l'inquadramento in una particolare disciplina. In sostanza, ai giardinetti non ha problemi a giocare e correre con i suoi amici ma, se inserito in un'attività sportiva, anche in compagnia di bambini che già conosce, diventa svogliato perché accetta malvolentieri la presenza di un istruttore e di determinate regole. Come devo comportarmi? Aspettare che maturi oppure insistere anche contro la sua volontà?

Gentile genitore, la ringrazio per la domanda in quanto mi consente di esprimere brevemente il mio parere ad un quesito molto frequente. L'età di suo figlio è di fondamentale importanza per un approccio coerente all'attività motoria. È proprio dai 5 - 6 anni di vita che la capacità di apprendimento (connessa funzionalmente allo sviluppo del sistema nervoso) deve cominciare, con gradualità, ad essere stimolata anche da un punto di vista motorio. Tuttavia il rapporto tra ritmi personali di maturazione e programmazione degli apprendimenti motori è una delle questioni più delicate nell'ambito dell'educazione motoria.

La necessità di definire degli obiettivi comuni in un gruppo di ragazzi omogenei per età e affrontare la disomogeneità nei tempi di apprendimento mette a dura prova le competenze e l'esperienza dell'istruttore. L'attività motoria, soprattutto nell'età di suo figlio, deve avere un carattere essenzialmente ludico (con graduale introduzione di regole rispetto alla reale valutazione evolutiva dei singoli componenti il gruppo), dosare attentamente l'esperienza "competitiva", privilegiare un contesto di accoglienza particolarmente adatto, "giocare" su una varietà di proposte che eludano la monotonia, prevedere frequenti gratificazioni, favorire le relazioni.

Da parte sua (oltre che dell'istruttore) vanno ben valutate e sostenute le scelte e le motivazione del ragazzo, evitando ogni tipo di imposizione (che avrà il duplice effetto negativo di non raggiungere gli obiettivi sperati - la costanza della pratica motoria - e di far sentire il bambino "incompreso"rispetto ai suoi bisogni). Rispettando questi presupposti l'esperienza motoria e sportiva diventa un valore educativo aggiunto e imprescindibile, una dimensione obbligatoria attraverso cui la nostra crescita e la formazione della nostra personalità deve fare le sue esperienze.

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