Il nostro primo (di due) figli, maschio, quattro anni e mezzo, sta passando un periodo relativamente morboso nei confronti degli apparati sessuali proprio, e degli amichetti. Nonostante crediamo che sia una fase passeggera e forse necessaria, ci troviamo anche di fronte al problema di non sapere come reagire in modo da comunicare al bambino che certi atteggiamenti in pubblico sono, come minimo, sconvenienti, senza però sviluppare in lui dei tabù o delle reazioni negative nei confronti della sessualità.

Sicuramente la curiosità per il proprio e altrui sesso è una situazione di assoluta normalità, come pure il piacere che da esso deriva. La stimolazione dei genitali e il conseguente piacere segnano l'inizio di una nuova fase dello sviluppo psicologico del bambino: la fase fallica. Il bambino scopre i propri genitali, scopre le differenze fra i sessi, scopre il piacere che procura il toccarsi e scopre un attaccamento diverso al genitore del sesso opposto. In tutto ciò non c'è nulla di deviato o di perverso: la natura li mette di fronte ad una nuova realtà, con cui imparano a fare i conti.

Ma allora bisogna lasciarlo fare? Se il bambino inconsapevolmente ha degli atteggiamenti imbarazzanti, in pubblico o anche in casa, è compito dei genitori riprenderlo. I genitori hanno il dovere di porsi come modello educativo per i propri figli, suggerendo ad essi come esempio il corretto comportamento di papà e mamma. Se i genitori vivono il rimprovero con normalità, il rischio di inibire la sessualità o creare dei tabù non esiste.
Evitando di porre le questione in termini morali (che al bambino sembreranno incomprensibili o comunque assurdi e che comunque sono del tutto fuori luogo), si può invitare il bambino a non farlo, analogamente a come si insegna a "non mettere le dita nel naso" o a "non dire parolacce" o altre norme di galateo. Insomma, inquadrare tutto nella buona educazione, senza drammi né paure per il futuro.

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