A mio figlio Alberto di 20 mesi è stato diagnosticato all’età di 4 mesi, a seguito di una ecografia di screening convalidata poi da cistografia minzionale, un reflusso vescico-ureterale sinistro di II-III grado. Da allora è in profilassi con [antibiotico], non ha presentato infezioni delle vie urinarie (ogni mese viene realizzata urinocoltura) e l’accrescimento è stato regolare (peso 13,3 kg altezza 90 cm). A distanza di 8 mesi Alberto viene sottoposto ad accertamenti strumentali (cistografia ed ecografia) per rivalutare il reflusso. Dopo gli ultimi accertamenti data la persistenza del reflusso vescico-ureterale sinistro di II-III grado, ci hanno proposto in alternativa alla prosecuzione della profilassi antimicrobica il trattamento endoscopico del reflusso mediante iniezione subureterale di collagene bovino. Ad Alberto prima del trattamento verrebbe eseguito un test cutaneo per scoprire eventuali allergie al collagene bovino. Al fine di valutare al meglio l’alternativa propostaci, vorrei conoscere il suo parere riguardo al suddetto tipo di trattamento endoscopico e alla prosecuzione della profilassi antibiotica. In particolare, vorrei anche conoscere le percentuali di successo del trattamento endoscopico e quali sono i rischi che potrebbero essere correlati ad una iniezione di collagene bovino. Infine le chiederei anche se esistono altri validi trattamenti oltre quelli propostoci e l’indicazione, a livello nazionale, dei presidi medici ritenuti eccellenti per trattare la patologia di Alberto.

Il reflusso vescico-ureterale, ovvero il passaggio "retrogrado" di urine dalla vescica all'uretere e, nei casi più gravi, in alto fino al rene, è dovuto ad un anomalo o ad un ritardo di sviluppo della giunzione uretero-vescicale.
Una delle teorie, che cercano di spiegare il perchè del reflusso, sostiene che la causa potrebbe risiedere in un'assenza di rigidità della parte vescicale (in questo caso chiamata trigono vescicale) proprio al di sotto del meato (lo sbocco dell'uretere in vescica) ureterale, che impedirebbe la completa chiusura del meato stesso durante la minzione. L'iniezione subureterale per via endoscopica di collagene bovino, tecnica chiamata SCIN, è una procedura di recente acquisizione che ha permesso di trattare, e in molti casi di risolvere, reflussi di II, III e talvolta anche di IV grado senza ricorrere alla tecnica chirurgica cosiddetta "open" di reimpianto ureterale, nella quale è invece necessario "aprire" la parete addominale e quindi in successione la parete vescicale. Essa consiste nell'iniettare attraverso un cistoscopio, in anestesia generale, una piccola quantità di sostanza (il collagene) proprio al di sotto dello sbocco vescicale dell'uretere refluente, ripristinando quella rigidtà parietale del trigono cui si accenneva in precedenza.

Ciò consente di correggere il reflusso. Poichè si tratta di una proteina "eterologa" di origine bovina, essa può provocare delle reazioni allergiche, a volte anche gravi e per tale ragione prima dell'iniezione endoscopica "testiamo" la reattività del bambino con una prova di sensibilizzazione (una piccola quantità di collagene viene iniettata nel sottocute dell'avambraccio) e quindi con la determinazione di alcuni anticorpi detti IgE. La negatività dei tests ci mette al sicuro da reazioni anafilattiche al momento dell'iniezione. La profilassi antibiotica, (il cui scopo è di evitare il verificarsi di infezioni urinarie, vero pericolo a cui espone il reflusso) viene consigliata per periodi fino a 6 mesi, nei reflussi fino al III grado nell'attesa che la giunzione uretero-vescicale giunga a quella maturazione anatomo-funzionale che ripristini la situazione di normalità. Questa maturazione talvolta "può" verificarsi entro i primi due anni di vita.

Nel caso proposto l'iter è stato rigorosamente corretto ed il reflusso di II - III grado, già sottoposto a profilassi, che non si è risolto spontaneamente, va giustamente trattato con l'iniezione di collagene. Nella nostra esperienza abbiamo trattato con questa tecnica 63 ureteri, con risultati positivi nell' 85,7% ad 1 mese dal trattamento e dell'83,4% dei casi in follow-up da 3 a 6 anni.

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