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Perché il neonato piange?

Il neonato piange perché non sa dirci che cosa lo disturbi. Col passare del tempo, il pianto diventa un segnale negativo, sensibile a vari stimoli esterni quali troppa luce o rumori improvvisi.

a cura di: Dott.ssa Gabriella Desideri (psicologa), Dott.ssa Alessandra Pagliara (psicologa della redazione di www.doctorhome.eu)

Il neonato dispone di due complessi di segnali, segnali negativi quali il pianto, l’agitarsi, il rifiuto, l’ansietà; segnali positivi quali la calma, la distensione, la sazietà. Tramite l’intero suo comportamento egli comunica con l’ambiente facendoci capire quando ha fame e sonno, quando è stanco, contento o scomodo.

Inizialmente il pianto del bambino è legato a cause puramente fisiche poi, col passare del tempo, diventa un segnale negativo, sensibile a vari stimoli esterni quali troppa luce, rumori improvvisi, mutamenti di abitudini fino a diventare, intorno al quarto/quinto mese, un segnale di noia o di stanchezza.

La raccomandazione “lascialo piangere sennò altrimenti si vizia” contiene il presupposto che i bambini siano da “addestrare” fin dall’inizio.

Qualche bambino mangia e dorme, qualche altro si sveglia e piange spesso di notte, allora, sempre secondo il parere comune, bisogna essere duri e non cedere. In realtà pensiamo che un bambino lasciato piangere per ore finisca con l’addormentarsi solo per stanchezza e non perché “abbia capito”.

In altri casi viceversa, si instaura uno stato di eccitazione tale da provocare forme precoci di insonnia. In ogni caso i bambini trattati con il sistema forte sembrano essere molto più instabili ed irrequieti, mentre i bambini non abbandonati a situazioni di angoscia “primordiale” si fortificano nella calma attenzione dei genitori.

Un altro luogo comune legato al pianto è di pensare che il bambino sia viziato oppure nervoso. Il “nervosismo” infantile è di solito una catena di reazioni e di proteste con le quali inconsciamente il bambino si oppone a imposizioni e punizioni. In realtà l’approccio corretto è di considerare il pianto non un segno di capricciosità, ma di sofferenza (per disturbi interni o esterni), la quale va rimossa alle origini, se possibile.

Il pianto che inizialmente sembra indifferenziato col passare del tempo diventa più specifico e più interpretabile soprattutto grazie ai tentativi di risposta dei genitori, non sempre pertinenti, ma che comunque comunicano al bimbo la sensazione che esiste qualcuno che si occupi di lui.

Questa primitiva forma di comunicazione unita all’attenzione e alla sensibilità dei genitori permette che si sviluppi una trasformazione del pianto, tra il secondo e il quarto mese, in “voce” fatta di gorgoglii e strilletti. Essi sono già fortemente espressivi, ricchi di significati che la madre conosce e può interpretare.

Bambini trattati con rispetto delle loro necessità piangono di rado, sorridono di più e rispetto agli altri sembrano precoci nei rapporti con l’ambiente e nella scoperta del mondo circostante.

Materiale tratto dal sito web Doctor Home www.doctorhome.eu

10/3/2011

15/12/2016

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