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Il tempo dell'infanzia

bambini nell'arte e nella cultura

Lo svezzamento nella storia

Lo svezzamento nella storia racconta che nella seconda metà dell'Ottocento fecero la loro comparsa sul mercato i primi due alimenti specifici per lo svezzamento: zuppa di malto e farina lattea.

a cura di: Dott.ssa Maria Antonietta Filipponio

Il verbo svezzare vuole dire "togliere un vizio, un'abitudine, disabituare a qualcosa" e per vizio si intende il succhiare il latte dal seno della madre. Il succhiare il latte materno in realtà non è mai stato un vizio ma una necessità, dal momento che il latte materno era l'unico alimento possibile per la sopravvivenza e la crescita dei bambini dei secoli passati. Lo svezzamento vero e proprio iniziava verso i due anni (l'allattamento poteva durare fino ai 24 mesi), ma generalmente con l'inizio dell'eruzione dei primi dentini, verso i 5 - 6 mesi, venivano introdotte le prime pappe. Si raccomandava di iniziare gradatamente il passaggio ad una alimentazione più solida, ma in realtà, soprattutto con l'arrivo di un altro bebè, si smetteva di allattare in modo repentino: infatti non si riteneva possibile allattare mentre si era incinta, perché il latte sarebbe diventato come "veleno" per il poppante e contemporaneamente si sarebbe tolto nutrimento al nascituro. Quando la madre voleva allontanare il bambino dal suo seno spalmava sul capezzolo una crema a base di pepe o senape, oppure degli unguenti repellenti.

Fino alla metà del 1700 non esistevano trattati medici dedicati specificatamente allo svezzamento, che indicassero cioè il metodo più opportuno oppure gli alimenti più adatti per gli organismi così delicati; ma fin dall'antichità coloro che si occuparono di pediatria riservarono alcuni preziosi consigli pratici sul divezzamento: iniziare lo svezzamento dall'eruzione dei primi dentini, gradatamente, in stagione fresca preferibilmente primaverile, e mai in estate, di bollire l'acqua o il latte (meglio se di capra) e di aggiungere del vino annacquato o la birra (a seconda delle abitudini della paese). 

La prima pappa che veniva preparata in piccoli pentolini di terracotta sul focolare era composta dunque così:

  • acqua bollita oppure latte animale bollito (vacca, asina, meglio se capra)
  • farina, possibilmente cotta perché più digeribile oppure pane o briciole di pane
  • miele o zucchero (prodotto raro e molto costoso)
  • vino annacquato o birra (il vino era cotto fino alla completa evaporazione dell'alcool lasciando solo il tannino rimedio efficace contro le diarree)
  • aromi vari come succo di uva sultanina, calendola, fiordarancio, anche zafferano 
  • immagini pie dei santi protettori ridotti in piccoli pezzi e mischiate alla pappa


Una variazione più complessa della semplice pappa era la "panada o panata o panatella" che era una pappa densa fatta di farina, pane o grano mischiato con burro, brodo di carne o latte e qualche volta uova (preferibilmente solo il tuorlo perché più digeribile dell'albume). Il grande medico Sorano di Efeso, vissuto a Roma nel II° secolo d. C., le consigliava fresche da bere.
Per la somministrazione delle prime pappe venivano usate delle specie di teiere con in fondo al beccuccio una parte appiattita con tanti forellini; vi erano differenti beccucci con fori di varia grandezza, a seconda della densità della pappa. Per l'alimentazione dei bambini più grandicelli dal Rinascimento in poi si incominciarono a fabbricare servizi di piatti e di posate appositamente create per loro.

Ma l'indiscriminato uso di latte animale, la cattiva conservazione dello stesso e la scarsa igiene e pulizia dei contenitori per la somministrazione delle pappe contribuirono a creare problemi e a procurare dolori intestinali, che però venivano scambiati per quelli legati alla dentizione. Vennero vietati vino e birra, anche se alcuni medici dell'antichità lo avevano caldamente consigliato, ed intingoli gustosi e speziati, preparati perché si pensava stuzzicassero l'appetito e fossero più nutrienti, ma in realtà non facevano altro che procurare mal di pancia.

Intendiamoci, abbiamo appena parlato di situazioni privilegiate, di benessere economico e familiare, ma, in genere, l'alimentazione della popolazione dei secoli passati era scarsa e inadatta e spesso la pappa era una lusso che non tutte le famiglie potevano permettersi. Inoltre dopo l'anno la dieta infantile non si differenziava più da quella degli adulti, anche se molti medici cercavano di propagandarne una più appropriata e più rispondente alle esigenze naturali dei bambini, ma con poco successo. D'altronde nella maggior parte delle famiglie povere rurali il problema principale era conciliare il pasto con la cena e possiamo aggiungere anche con la colazione del mattino. In molte parti d'Italia si mangiava quasi sempre polenta e solo polenta. Una alimentazione povera di grassi, di vitamine e di proteine, troppo spessa incentrata su un unico cibo, favoriva il diffondersi della pellagra, il "mal della miseria" di coloro, cioè che erano costretti a mangiare quasi esclusivamente granoturco.

Comunque lo svezzamento era un momento molto delicato, un rito di passaggio e come tale aveva bisogno di molte precauzione. Tutte queste attenzioni e consigli centrate sul cibo dei bambini denotavano una cura e un affetto nei loro confronti davvero notevole. La madre o la nutrice dava loro le carni più tenere, di animali giovani come il polletto, il vitello, il capretto, il coniglietto, che venivano masticate prima di essere messe nella piccola bocca dell'infante, facilitando l'introduzione di cibo solido nella dieta infantile. Questo metodo non serviva solo a rompere in piccoli pezzi la carne, ma aveva anche il vantaggio di iniziare il processo digestivo con l'aggiunta della saliva. 
La carne doveva essere cucinata lungamente e tagliata in minuscoli pezzi per eliminare con cura gli ossicini e, se si trattava di pesci, le spine e le lische. 
Ma la verdura e la frutta? Che posto avevano sulla tavola dei tempi passati? La verdura è poco menzionata nella dieta infantile, tranne la cipolla o il cavolo spesso presente in coppia con il lardo, così come la frutta; eppure chissà quante scorpacciate di frutti succosi e maturi colti dai rami degli alberi si saranno fatte i bambini; e allora come mai non sono mai consigliate o menzionate dai medici? Forse per la loro naturale qualità lassativa, perché producevano flatulenza, o perché potevano essere nidi di germi?
Forse in momenti difficili per la vita e la sopravvivenza degli individui era più importante salvare la pelle che alimentarsi bene e quindi ad esempio della frutta si cercava di sapere le qualità terapeutiche che la bontà della sua polpa: la mela veniva raccomandata come diuretico e come cura per diversi problemi dell'apparato digerente. E poi non dimentichiamoci che durante le invasioni barbariche la vita fu completamente sconvolta e ci fu un vero decadimento di tutta l'agricoltura: ci vollero molti secoli prima che potesse risollevarsi. 

Ma solo nella seconda metà dell'Ottocento fecero la loro comparsa sul mercato i primi due alimenti specifici per lo svezzamento, a soli due anni di distanza l'uno dall'altro: la zuppa di malto del chimico tedesco Justus von Liebig nel 1865 e la farina lattea dell'industriale svizzero Henri Nestlé nel 1867. Queste due formule ebbero il merito di aprire la strada alla lunga ricerca di alimenti dietetici per l'infanzia, permettendo così una attenzione sempre maggiore per la crescita e la salute dei nostri bambini.

31/10/2003

8/10/2010

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