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Un caso di rifiuto del cibo e perdita di peso in un'adolescente

Da qualche mese ha smesso di mangiare, si rifiuta di assumere cibo e qualunque cosa gli somigli, e da ragazzina golosa di un tempo, è diventata di colpo inappetente.

a cura di: Dott.ssa Sara Bertoncelli (psicologa della redazione di www.doctorhome.eu), Dott.ssa Sonia Pagani (psicologa)

Arriva una telefonata: dall’altra parte del telefono una voce incalzante, spaventata: “Sono  B., buongiorno, chiamo per mia figlia. Da mesi non mangia più. Non so cosa stia succedendo, ho paura anche solo a pronunciare il nome di quello che temo. Ha solo 14 anni! Avrei una certa fretta, è possibile avere un appuntamento in tempi brevi?”

Fisso un incontro con i genitori appena possibile, così da poter comprendere meglio la situazione. B. mi avverte: “Non so se mio marito riuscirà ad essere presente. È spesso fuori città per lavoro". Sottolineo l’importanza che ci siano entrambi.
 
All’incontro B. non è sola, con lei c’è il marito, G. E’ lei ad aprire le danze quando chiedo di raccontarmi cosa sta succedendo. B. è una donna di 43 anni, madre di due figlie, una ragazzina di 14 anni e una bambina di 8, lavora come commessa in un negozio di calzature e appare molto preoccupata.
 
Racconta di aver cercato in tutti i modi di creare una famiglia serena dove le proprie figlie potessero crescere nel modo migliore possibile; per questo, forse, si dichiara molto sorpresa per quello che sta accadendo da qualche tempo alla figlia più grande, F. in quanto mai prima di quel momento la ragazzina aveva dato segnali di disagio o di problemi di comportamento. G. ascolta in silenzio, osserva B.
 
B. afferma, quasi chiedendo di essere smentita, che il problema si presenta come un inizio di anoressia nervosa, diagnosi da lei effettuata sulla base di letture e informazioni raccolte un po’ ovunque: riviste, internet, libri sul tema. Da qualche mese F. ha smesso di mangiare, si rifiuta di assumere cibo e qualunque cosa gli somigli, e da ragazzina golosa di un tempo, è diventata di colpo inappetente.
 
Al rifiuto del cibo, negli ultimi tempi ha associato un’intensa attività fisica: palestra, corsa, nuoto, bici, passeggiate quotidiane. Non esce più di casa se non per andare a scuola o fare attività fisica, non le interessa più avere delle amicizie, passa le sue ore tra specchio e bilancia.
 
Secondo la madre, F. è ossessionata dalla ricerca di una linea ideale e dal timore di avere i fianchi e le cosce enormi. Nonostante i diversi chili persi negli ultimi mesi, non sembra ancora soddisfatta; appare intenzionata a dimagrire ancora di più.
 
La disperazione della madre tocca il culmine quando dichiara di essere la sola a dover intervenire sul problema considerato che il marito, per motivi di lavoro, è spesso assente. G. si muove sulla sedia, ma resta ancora in silenzio. Sembra aspettare il momento opportuno per intervenire.
 
B., così come tutti i genitori che si trovano alle prese con questo problema, ha fatto diversi tentativi per risolvere la situazione: ha cercato di comprendere le cause e le motivazioni di tale atteggiamento, si è prodigata nella preparazione di cibi che siano graditi a F., ha aumentato in maniera sproporzionata il controllo su quello che mangia o non mangia, cerca continuamente di persuaderla a mangiare, qualsiasi cosa  in qualunque modo.
 
A questo punto G. prende la parola, interrompendo B. Ammette di non essere presente quanto la moglie a causa di un lavoro che lo porta spesso fuori città, ma afferma di non concordare appieno con le modalità di B. di far fronte alla situazione.
 
G. pensa che questa sia una fase transitoria, tipica dell’adolescenza. Sostiene, infatti, che prima o poi F. “si stancherà di questa moda della magrezza e tornerà la ragazzina golosa e serena di un tempo. Sono capricci come tali vanno trattati”. 
 
E’ chiaro che B. e G. hanno teorie diverse rispetto al problema di F., diversi modi di farvi fronte, e idee diverse rispetto a ciò che potrebbe essere utile per risolverlo.  Quando chiedo in che misura F. è d’accordo sull’idea di fare dei colloqui con uno psicologo, B. risponde che è un bel pezzo che lotta per questo, e F. ha sempre resistito.
 
Il giorno precedente alla sua telefonata per prendere l’appuntamento c’è stata anche una grossa scenata in cui F. avrebbe detto “Dallo psicologo io non ci vengo neanche morta. Se c’è qualcuno che ha bisogno dello psicologo siete voi!!”.
 
Al momento, quindi, data la poca disponibilità di F. ad incontrare uno psicologo, propongo ai genitori di non forzarla e di lavorare piuttosto insieme per qualche incontro, nel tentativo di intervenire su di lei in modo indiretto attraverso di loro. B. e G. appaiono perplessi ma accettano. 
 
Durante gli incontri lavoriamo sulle diverse concezioni del problema di F. e sulla messa a punto di strategie più efficaci, così da disegnare una rotta comune che possa essere d’aiuto nella soluzione del problema di F.
 
L’adozione di nuove strategie e la condivisione di una teoria comune che spieghi ciò che sta accadendo, portano ad un graduale miglioramento della situazione: i genitori si sentono alleati, guardano nella stessa direzione, l’atmosfera in famiglia sta cambiando, anche durante i pasti, F. inizia a mangiare “qualcosa in più”.
 
A questo punto non è più necessario incontrare direttamente F. I genitori sono riusciti in modo efficace ad innescare un cambiamento in F. attraverso un cambiamento delle loro proprie modalità di percepire e far fronte al problema.
 
L’obiettivo ora è quello di mantenere i risultati raggiunti e stabilizzarli nel tempo, monitorando la situazione attraverso i resoconti di B. e G.. Negli incontri successivi i genitori portano continui piccoli segnali dell’evoluzione in atto.
 
Dilazioniamo nel tempo i nostri incontri e la situazione ora è decisamente cambiata: F. ha ripreso a mangiare normalmente, si dedica all’attività fisica qualche ora alla settimana, ha smesso di essere ossessivamente centrata sul proprio corpo, ha ripreso ad uscire con le amiche, appare più serena, i rapporti con i genitori sono migliorati.
 
B. e G. sono più complici, soddisfatti, si sentono efficaci, e ripensando alla situazione qualche mese prima sono notevolmente sollevati. Ora sanno come aiutare F. e cosa non fare per rovinare tutto il lavoro che hanno fatto insieme.
 
Concludiamo il nostro percorso e ci accordiamo sul risentirci a distanza di 6 mesi per fare il punto della situazione. In questa occasione i genitori mi informano che F. sta molto bene e che non vi è stata alcuna ricaduta.

Materiale tratto dal sito web Doctor Home
www.doctorhome.eu

17/3/2011

18/2/2015

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