Il mio bimbo di cinque anni e mezzo ha difficoltà di socializzazione: lui si avvicina al gruppo di amichetti ma spesso viene respinto o ignorato; non ha un amichetto "preferito". Ultimamente, se capita qualcosa e lo incolpano, non tenta neppure di difendersi (ovviamente quando non ha colpa) oppure dice "ho tentato di dirlo ma non mi ascolta...". Come posso aiutarlo? Premetto che sono sempre con lui al di fuori della scuola, cerco di seguirlo in tutto e di spronarlo a stare con gli altri (pratica calcio e nuoto).

Cara mamma, dal poco che mi dici non mi sembra che il tuo bimbo abbia difficoltà di socializzazione: si avvicina agli altri e questo già è sufficiente per eliminare questa pesante ipotesi diagnostica. Quanto all'essere accettato o all'integrarsi in un gruppo è, ahimè, un altro discorso.

L'inserimento in un gruppo passa attraverso meccanismi particolari e spesso incomprensibili: un "gruppo" tende alla propria sopravvivenza, l'elemento nuovo viene spesso sentito come una potenziale minaccia e quindi allontanato. Nella migliore delle ipotesi al povero malcapitato tocca l'ingrato ruolo del capro espiatorio. E questo indipendentemente dalle caratteristiche della personalità del nuovo aggregato, o dall'età, o dal sesso, o dallo status sociale.

Anzi. Più volte è stato osservato che un gruppo, per rinforzare la propria coesione e quindi per appagare i propri membri insoddisfatti e in vena di rivolta nei confronti del leader, scarica su un elemento, o su un altro gruppo, aggressività e frustrazione. Questa dinamica è funzionale al mantenimento dello status quo, gli equilibri e i poteri non vengono alterati, tutti i componenti sono protetti e nessuno di loro viene penalizzato.

Per chiarire questo concetto, pensa alle frequenti difficoltà che incontra spesso una "nuora" nella famiglia del marito. Sarà sempre colpa sua (sarà cioè il capro espiatorio) tutto quello che succede: se il marito ingrassa o dimagrisce, se dorme troppo o se soffre d'insonnia, persino se ha problemi di lavoro, e questo a dispetto anche delle capacità intellettive del marito stesso, che sarebbe un acefalo mentecatto se fosse realmente così. E, per la cronaca, dalle mie parti, nel meridione, questo gap viene facilmente superato con un'altra bella trovata: la "fattura"; il marito non è deficiente, è solo vittima di un malocchio.

Come vedi, la "colpa" non è mai di un membro del gruppo. Per tornare al tuo bimbo, anche lui possiede, come tutti gli esseri umani, in ugual misura tanto spirito di cooperazione che di competizione: anche lui proverà gli stessi, frequenti e dolorosi conflitti di interesse tra queste due "spinte", che ovviamente lo spingeranno a comportamenti opposti.

Tuttavia, per tua tranquillità, ti garantisco che sono rare e transitorie le relazioni basate sullo sfruttamento; e che quindi anche il tuo bimbo imparerà ad elaborare strategie comportamentali più evolute che gli assicureranno un rapporto ottimale tra profitti e perdite, in termini di salute e soddisfazione individuale.

Personalmente, io aspetterei ad allontanarlo da questo gruppo, soprattutto perché non sono sicurissima che anche per lui la situazione sia tanto problematica e dolorosa; invece lo spronerei a tenere un atteggiamento diverso, cioè ad avere una maggiore loquacità e comunicativa con gli altri bambini, a mostrare affetto e a chiedere con gentilezza, a presentare un comportamento gioviale e di sostegno per gli altri. Prova a "trasformarlo" in un leader. Male non gli fa di certo.

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